Utopia e educazione: riflessioni teoriche e pratiche professionali

Studente: Luca Neri
Titolo tesiUtopia e educazione: riflessioni teoriche e pratiche professionali
Docente relatore: Prof. Daniele Callini
Docente controrelatore: Prof. Marco Emilio
Presidente commissione di tesi: Prof.ssa Beatrice Saltarelli
Data discussione tesi: 25 ottobre 2019
Laurea Magistrale Internazionale inGovernance del welfare sociale

La parola “utopia” è portatrice di una sua ambiguità e polisemia. Questa problematicità semantica è ravvisabile già nell’utilizzo che ne fa Tommaso Moro nella nota opera omonima del 1516 in cui il neologismo appare per la prima volta. L’isola di Utopia è un luogo che seppur inesistente rappresenta la terra della felicità. La narrazione utopica è inoltre un’U – cronia, in quanto sospende la storia. Non serve di conseguenza tentare di fornire una collocazione spaziale o temporale a questa realtà. Tuttavia, lo stesso Moro al termine della sua descrizione di un mondo migliore, chiamato nei secoli che seguiranno a rappresentare un modello che ispirerà i miti di riforma delle società vessate dall’ingiustizia e dalle disuguaglianze, confessa, al termine del proprio percorso meditativo, una serie di dubbi e perplessità sulla reale possibilità di attuare questo lucente futuro di redenzione del mondo. Nella società complessa in cui viviamo l’utopia sembra aver preso le sembianze della nozione stessa di libertà. Non più però dalla millenaria prospettiva cristiana, dominante per secoli nella società occidentale, ma nel senso neoliberista del perseguimento dei propri desideri e bisogni sul piano della mera utilità. Questa metamorfosi culturale è profondamente fondata sulla cosiddetta civiltà tecnologica, la quale sta sempre più orientando l’interesse dall’economia a questioni inerenti all’etica e alla politica, in alcuni casi totalmente nuove, quale la tematica ambientale. Viene così dato sempre più risalto al precario equilibrio fra le risorse naturali presenti e la popolazione mondiale in costante aumento. Si ravvisa così l’esigenza di utilizzare in modo parsimonioso le risorse disponibili con l’intento di tutelare la salute e la crescita economica, rendendo possibile il conseguimento di un’elevata qualità della vita al maggior numero di persone possibile. Seguendo la prospettiva di Bauman, come abbiamo accennato in precedenza, nei tempi che stiamo vivendo si dovrebbe parlare più che di utopia di retrotopia intesa come ritorno alla sicurezza del grembo materno. Ciò che lo stesso Bauman definisce il “ritorno al sé” visto come quel ritorno alla condizione tribale che consente di fuggire dal senso di solitudine che ammorba gli individui nell’era della post liberazione. Oggi proprio come avviene nel contesto aziendale, ha preso sempre più spazio nel contesto educativo l’idea del cosiddetto lifelong learning ovvero di una formazione continua per rendere l’individuo sempre aggiornato e in linea con le esigenze del mondo del lavoro. La capacità delle organizzazioni attive nel sociale dovrà quindi essere quella di saper apprendere per poter proiettare la propria azione verso un’utopia in grado di realizzare un progresso. 

The word “utopia” is the bearer of its ambiguity and polysemy. This semantic problem is already recognizable in the use that Thomas More made of the word “utopia” in the 1516’s homonymous opera in which this concept appears for the first time. The “Utopia Island” is a place that, even though it is not something real, it wants to represent the land of happiness. Furthermore, the so called “utopian narration” is also known as a “U-cronia” narration, as it suspends the story. Consequently, there is no need to attempt to provide a spatial or temporal location for this reality although even More, at the end of his description of a better world that will be taken throughout the centuries as a model that will inspire reforms of societies plagued by injustice and inequalities, confesses a series of doubts and perplexities on the real possibility of having this bright future of redemption of the world. In the complex society in which we live, utopia seems to have taken the form of freedom. Utopia seen as freedom: no longer from the mile art Christian perspective, dominant for centuries in Western society, but in the neoliberal sense of the pursuit of one’s own desires and needs on the level of mere utility. This cultural metamorphosis is deeply based on the so-called “technological civilization”, which is increasingly shifting its interest from the economy issue to ethical and political issues (such as the environmental issue). Thus, the precarious balance between the natural resources in the territories and the world’s population is increasingly emphasized. There is therefore a need to use, in a sparingly way, available resources trying to protect health and economic growth, making it possible to achieve a high quality of life for as many people as possible. Following Bauman’s perspective, in the times we are living we should speak more of “retrotopia” rather than a utopia, looking at “retrotopia” as a kind of return to the safety of the maternal womb. That is what Baumann himself defines as “the return to the self”, seen it as the return to the tribal condition that allows to escape from the sense of loneliness that infects people in the post-liberation era. Which is recognizable nowadays, with the idea of the “lifelong learning” that is to say “continuous training to keep the individual up to date and that goes along with the needs of the working world. Active organization in the social field must therefore be able.